Quando una denuncia ti colpisce nel cuore.

Fabio, 47 anni, papà di Eugenio di 15 anni. Il 22 marzo 2025 è convocato in caserma dai carabinieri, che gli consegnano una denuncia per lesioni gravi nei confronti del figlio minorenne. Un macigno sul cuore: dedica anima e corpo alla crescita dei suoi ragazzi, eppure si sente tradito, ferito, confuso. In pieno “qui e ora”, non capisce cosa sia davvero accaduto e perché sia successo proprio a lui. Passa in rassegna ogni gesto, ogni dialogo interrotto, ogni gesto di rabbia diventato eccessivo. Ricorda un episodio in cui, esasperato dai continui richiami e da un comportamento pericoloso di Eugenio, lo aveva fermato con due sberle, convinto che fosse necessario per proteggerlo. Ma quando Eugenio racconta la “dritta come un fusetto” alla maestra e questa segnala il caso, scatta l’intervento dei carabinieri. Subisce interrogatori, anche degli altri figli e della moglie; poi viene coinvolto l’assistente sociale e la psicologa. È un turbine. Fabio ripete di non essere un papà violento, eppure sente dentro una ferita che non riesce a rimarginarsi. Il giudice, alla fine, riconosce che è un papà premuroso che ha agito per proteggere il figlio. La denuncia viene sciolta, la vicenda si chiude. Questo racconto è un viaggio di umanità, dolore, tensione, e infine sollievo.

Un papà accusato che scopre la propria forza.

Da un’esperienza personale estrema nasce un’opportunità di riflessione, anche teorica, su come si costruisce la responsabilità genitoriale e sul clima familiare: non solo azioni e conseguenze viste dall’esterno, ma l’impatto interno su se stessi e sugli altri. Secondo la teoria della responsabilità genitoriale (art. 316 cod. civ. e successive riforme), entrambi i genitori condividono il compito di custodire, educare e rappresentare il figlio, con attenzione al suo ben‑essere psicofisico. Inoltre, il sistema giudiziario prevede – quando un minore è coinvolto – due percorsi distinti: quello penale (delle accuse formali) e quello civile presso il Tribunale per i Minorenni, che verifica il clima familiare e la sicurezza del minore e può coinvolgere i Servizi Sociali e figure professionali. Un episodio isolato – se grave – può scattare una verifica più ampia: la voce dei figli, l’osservazione degli operatori, le relazioni scolastiche o mediche diventano strumenti di valutazione. Ma anche un padre può cambiare rotta: riconoscere l’effetto delle proprie azioni, rivedere il modo in cui si fissa l’autorità, coltivare l’ascolto verso l’altro. In questo caso, Fabio ha imparato che l’intento di protezione – se privo di equilibrio – può ferire la relazione. A volte occorre interrogarsi non solo su “cosa ho fatto”, ma su “cosa ha generato nell’altro”. Questa consapevolezza è fondamentale nel counselling educativo, che attinge anche alla sociologia della famiglia e alla filosofia della responsabilità condivisa.

Hai mai provato a chiederti se le tue azioni, anche mosse dal desiderio di proteggere, possano aver creato ansia nel tuo interlocutore?

La risposta pratica e umoristica parte da una metafora: è come se in cucina provassi a togliere un coccio pericolo da terra ma finissi per calpestare il sugo, trasformando un gesto protettivo in un piccolo disastro. Per rimediare: respirare, fermarsi un attimo, invitare il figlio a parlare delle sue percezioni (“Cosa quel giorno ti ha fatto sentire male?”), usare un linguaggio che non sia minaccioso ma curioso e dialogante. Se la maestra o un’altra persona segnala un episodio, chiediti qual è il punto di vista dell’altro: “Come l’hai vissuto tu?”. In pratica: prendi un foglio, scrivi tre cose che pensi di aver fatto “per proteggere”, poi scrivi come queste possono essere apparse al figlio. Confronta le due colonne. Questa semplice esercitazione rende visibile il divario tra intenzioni e impatto. Il giudice, i Servizi Sociali, ma anche tu stesso, iniziano a vedere un cambiamento concreto. E tu scopri che prendersi cura significa anche rivedere se stessi con compassione e apertura.

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