Ogni giorno ascolto le persone e rifletto su quello che mi dicono. Oggi, la mamma di Nicola mi stava raccontando del comportamento di Matteo. Matteo ha circa vent’anni e il suo modo di comportarsi è particolare: anche quando gli capita qualcosa di spiacevole, non interagisce direttamente con la persona coinvolta, ma chiede alla mamma di intervenire e parlare con Vittorio per capire cosa sta succedendo. La mamma cerca di fare un riassunto di quello che ha capito e di discutere con Vittorio delle cose che interessano a Matteo. Tuttavia, le risulta molto difficile interpretare e descrivere quello che accade all’altra persona, ma ci prova perché vuole bene a suo figlio. Mi chiedo: perché delegare quando si può risolvere la cosa in prima persona e cercare di capire cosa sta accadendo? Magari la realtà non è quella che ci siamo immaginati, ma è tutt’altro. Capire dove sono io e capire dov’è l’altro è un bel punto di partenza per ragionare su un argomento. Questo approccio potrebbe migliorare molte situazioni e risolvere i problemi che ci portiamo avanti.
Il valore della presenza diretta.
Nella scrittura e nel counselling, c’è un concetto che viene dalla filosofia della comunicazione: l’intersoggettività, l’idea che la verità non stia “solo dentro di noi” ma si costruisca nello spazio tra me e l’altro. Proprio questo spazio, spesso non vissuto, può diventare un ponte. Quando delego, chi media può fraintendere o filtrare secondo i propri timori. Il counselling non psicologico, centrato sul “qui e ora”, insegna che la presenza empatica attiva riduce la distanza, favorisce l’ascolto e illumina territori condivisi. Questo non vuol dire andare sempre incontro al conflitto, ma riconoscere che ciò che penso io e ciò che pensa l’altro possono divergere, e in quell’oscillazione si apre il dialogo.
Hai mai provato a chiederti direttamente all’altra persona cosa sta davvero succedendo?
Spesso pensiamo che mediare sia più sicuro. Magari chiama un amico, un genitore, un intermediario. Ma questo genere di “traduzione” può snaturare il messaggio e creare incomprensioni. Invece, provare a rivolgersi direttamente, con calma e in modo non accusatorio (“Mi piacerebbe capire cosa è successo dal tuo punto di vista”) può sorprendere, perché offre all’altro il rispetto di esprimersi. Il segreto? Non serve risolvere subito: basta ascoltare. E l’altro, vedendosi accolto, si apre. Non servono drammi: basterà un “Ehilà, ascolto due minuti?”.