Il giorno in cui ho visto il tempo fermarsi.

Siamo nel 1985 e io ho 17 anni. Il nonno si sente male all’improvviso: gli girano gli occhi, la bocca si deforma, la bava cola. Chiamiamo l’ambulanza e io e mia madre la seguiamo in macchina, lei con uno sguardo che non avevo mai visto prima, guidando come un pilota in fuga. Arriviamo in ospedale e l’attesa diventa un’entità tangibile, pesante, infinita. Sei ore dopo, la sentenza: ictus. Il nonno è lì, con gli occhi aperti, ma senza voce, senza movimento. Ricovero in terapia intensiva, 20 giorni di visite dietro un vetro, 20 giorni senza potergli stringere la mano. Dentro di me qualcosa si spezza. A 17 anni non sei pronto a vedere qualcuno che ami ridotto così. Lascio la scuola in secondo piano, prendo la moto e vago per le rive del Tagliamento, cercando risposte che non trovo. Ogni sirena di ambulanza diventa un tuffo al cuore. Ma il colpo più duro arriva quando il primario di chirurgia ci chiede: “Siete d’accordo a far operare vostro nonno?”. Mia madre ed io ci guardiamo smarriti. Come si può rispondere a una domanda del genere?

Quando la vita ti mette davanti all’impotenza.

Affrontare una situazione di emergenza, soprattutto quando colpisce una persona cara, è un’esperienza che lascia il segno. Da un punto di vista psicologico, la sensazione di impotenza e il trauma di un evento improvviso possono generare quella che viene definita “memoria emotiva”. Ogni volta che sentiamo una sirena o rivediamo un luogo legato all’evento, il cervello riaccende quelle emozioni, come un disco rotto. Questo succede perché l’amigdala, la parte del cervello responsabile delle emozioni, registra il trauma in modo indelebile. Negli anni, possiamo imparare a elaborarlo, ma certi ricordi rimangono vividi. Cosa fare quando il passato torna a galla? Prima di tutto, accettare che non possiamo cambiare ciò che è stato. Poi, dare un significato a ciò che abbiamo vissuto: ogni esperienza, per quanto dura, ci insegna qualcosa.

Hai mai provato a trasformare il dolore in qualcosa di costruttivo?

Non si può cancellare il passato, ma possiamo scegliere come viverlo oggi. A volte, un trauma si sedimenta e ci condiziona per anni, fino a quando non decidiamo di guardarlo in faccia. Scrivere, raccontare, condividere esperienze come questa può essere un primo passo per trasformare il dolore in consapevolezza. Anche trovare un modo per onorare la memoria di chi non c’è più può aiutarci: un gesto simbolico, un ricordo positivo da tenere con noi. Il tempo non guarisce tutto, ma ci dà la possibilità di dare un nuovo significato a ciò che ci ha segnati.

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