È iniziata tutto con un piano semplice: partire presto, camminare freschi, tornare con calma. Ma, come spesso accade, la realtà ha avuto altri progetti. Dopo un giro notturno in Jeep fino alle due del mattino, io, Giuseppe, Riccardo, Alex e il nostro fidato cane Berta ci siamo svegliati con qualche ora di sonno sulle spalle e un intero itinerario davanti. L’escursione sul percorso di San Guadalberto ci attendeva, con i suoi 900 metri di dislivello e un caldo impietoso. Ma anche con la promessa di qualcosa di più: la conquista di quattro cime e la possibilità di crescere come gruppo.
Le pause per Berta, che soffriva il caldo, sono diventate piccoli momenti di ristoro anche per noi. Nessuno si è lamentato – anzi, qualcuno ha tentato di usarle come scusa per tornare indietro. Ma la determinazione di Giuseppe (e la mia) ha fatto la differenza. Abbiamo continuato, senza fermarci, tra nuvole provvidenziali e boccate d’aria rarefatta. Nonostante la fatica, soprattutto per me nei primi tratti più duri, nessuno ha mollato.
Alla fine del percorso, ho chiesto ai ragazzi cosa avessero imparato. Le loro risposte sono state sorprendentemente mature: conoscere il territorio, essere attrezzati, insistere verso l’obiettivo. La montagna, in fondo, ci aveva insegnato molto più che salire.
Quando il dislivello diventa una lezione.
Questa escursione è stata un perfetto laboratorio di crescita personale e collettiva. Nel counselling, soprattutto in ambito non clinico, si lavora nel presente, nel qui e ora: ogni esperienza concreta può diventare uno spunto per la consapevolezza. La teoria dell’autodeterminazione di Deci e Ryan è perfetta per spiegare quanto successo: autonomia (scegliere il percorso), competenza (affrontare le difficoltà), relazione (sostenersi a vicenda). Queste tre dimensioni motivano l’agire umano in modo sano e profondo.
Non si tratta solo di “andare avanti”: si tratta di scegliere insieme di farlo, di sentire di potercela fare, e di sapere che, anche nei momenti difficili, qualcuno è lì con te. La montagna, con le sue salite e le sue pause sotto l’ombra degli alberi, è diventata uno spazio simbolico dove si sono intrecciati impegno, leggerezza e cooperazione.
Hai mai provato a trasformare una semplice escursione in una lezione di vita?
È più semplice di quanto sembri. Basta cambiare occhiali – non quelli da sole, ma quelli interiori. Parti con lo spirito dell’esploratore, ma non per conquistare la cima: per osservare come ci arrivi. Durante la salita, ascolta come cambia il gruppo: chi parla di più, chi si ferma, chi sprona. Ogni gesto, ogni sosta può dire qualcosa. Alla fine, proponi un piccolo rito di chiusura: ognuno racconta il momento più significativo del cammino. Si crea così un tempo di riflessione collettiva, dove si riconosce il valore del cammino più che della meta. E la prossima volta, quel gruppo sarà più forte.