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“Papà, mi sento perso!” – Come aiutare un figlio a navigare le sue prime emozioni d’amore.

Antonio, 14 anni, torna a casa visibilmente scosso. Il padre, Giuseppe, lo osserva preoccupato: Antonio piange, visibilmente travolto da un’emozione che sembra incontenibile. Tra i mille dubbi e preoccupazioni che affollano la sua mente – dalla scuola, ai voti, alla possibilità che sia successo qualcosa di grave – Giuseppe si accorge che suo figlio ha un bisogno diverso, e non necessariamente di spiegare subito il motivo delle sue lacrime. Decide allora di sedersi accanto a lui, in silenzio, trasmettendo presenza e vicinanza, senza pressione. Quando finalmente, tra i singhiozzi, Antonio ammette di aver litigato con Jasmine, la sua prima cotta, Giuseppe riesce a intravedere nei suoi occhi il delicato affacciarsi di quell’animaletto spaventato e curioso che è il primo amore. E così, senza forzare, gli parla con calma, come se stesse accogliendo un piccolo segreto prezioso. Giuseppe decide di accompagnarlo nel labirinto delle emozioni con un gesto semplice ma potente: una mano sulla spalla e poche parole di conforto. In quel momento, sa di aver creato uno spazio sicuro per il figlio, dove poter piangere e sentirsi compreso.

L’adolescenza e il primo amore: l’arte di saper ascoltare senza invadere.

Ascoltare un figlio durante l’adolescenza, specialmente quando vive le prime esperienze d’amore, può sembrare complicato e spaventoso, anche per i genitori più attenti. Durante questa fase, il distacco e l’autonomia si mescolano al bisogno di sostegno, generando un dualismo che spesso mette in crisi entrambi. La psicologia evolutiva e il counselling suggeriscono che l’adolescenza sia una fase di sperimentazione e di scoperta di sé, una fase in cui le emozioni si manifestano con un’intensità quasi sconosciuta fino a quel momento. Essere genitori in questo frangente significa diventare una sorta di “porto sicuro”, dove il figlio possa trovare accoglienza senza sentirsi giudicato o minimizzato. In questo, Giuseppe diventa il modello di genitore capace di fermarsi e ascoltare senza interpretare: non tenta di capire subito, ma cerca di creare il giusto spazio per permettere a suo figlio di manifestarsi. Questo approccio si rifà alla teoria dell’ascolto empatico, che sottolinea quanto sia importante non riempire il silenzio con giudizi o consigli non richiesti. Il silenzio, infatti, permette ai figli di “processare” le emozioni, di esplorarle in sicurezza, e di elaborarle per conto proprio, potendo contare su una figura vicina, stabile e disponibile. Giuseppe, capendo il bisogno di Antonio senza parole, riesce a creare il “posto sicuro” di cui il figlio aveva bisogno. Un’azione semplice ma fondamentale, che valorizza il legame senza invaderlo.

Hai mai provato a essere presente senza fare domande?

Essere un ascoltatore silenzioso può sembrare una sfida, ma è un dono potente. La prossima volta che tuo figlio o tua figlia sembra sopraffatto dalle emozioni, prova a sederti accanto e basta. Non cedere subito alla tentazione di chiedere “Cos’è successo?” o “Che problema hai?”. La presenza calma e non invasiva ha un effetto magico: è come offrire un rifugio temporaneo dove chi hai davanti può rifugiarsi e calmarsi prima di aprirsi. Anche il silenzio, quando è accogliente, può essere una risposta rassicurante che invita alla confidenza. Ogni figlio ha il proprio tempo per aprirsi, e imparare a rispettarlo fa sentire amati e compresi. Un piccolo gesto, una mano sulla spalla o un sorriso, può valere più di mille parole.

10 commenti su ““Papà, mi sento perso!” – Come aiutare un figlio a navigare le sue prime emozioni d’amore.”

  1. Concordo pienamente. Le parole, mentre qualcuno vive un tùrbine di emozione possono essere incomprese, poi non vi sarebbe spazio per chiarire, e distolgono dal fulcro di tutto in quel momento, l’emozione appunto, quella travolgente sensazione. Per l’interlocutore non vi é bisogno di comunicare null’altro che non sia vicinanza, presenza, con empatia. No consigli o commenti almeno j questa prima fase.
    Parimenti non vi è bisogno che nessuno ci spieghi l’emozione di quel momento, a meno che non abbia voglia, una voglia spontanea, libera dalla necessità di dover ricercare delle potenziali parole giuste per l’interlocutore, che dissiperebbero solo le energie del soggetto. Maturando questo atteggiamento, cresce la fiducia. La fiducia genera trasparenza. Sono poi arriva l’espressione libera, la verbalizzazione delle emozioni, potenzialmente anche irrazionali e quindi l’ascolto.

  2. È molto bello questo racconto, esprime quello che i ragazzi (di oggi )non dicono mai e,questo padre riesce a farlo “liberare”dalle sue emozioni,riuscendo a capire come si sente il proprio figlio. Veramente molto bello!!!!

  3. L’ articolo è molto bello e spiegato bene, ma purtroppo i ragazzi non sono tutti uguali e molto spesso quando tornano a casa da scuola non c’è nessuno ad aspettarli e il momento passa, oppure si rinchiudono in camera senza dire niente e nascondendo i sentimenti di quel momento. Non è sempre facile capire cosa provano o cosa stanno passando.

  4. Articolo molto interessante!!! Spesso dimentichiamo di mettere in pratica questo magnifico dono dell’ ascolto,non solo con gli adolescenti ma in generale e non ne siamo consapevoli. Il counseling rappresenta una valida risorsa per molte famiglie che nella società attuale si trovano davvero in difficoltà a gestire tante situazioni complicate.

    1. Articolo davvero utile sia per rapportarsi con i propri figli ma sicuramente da utilizzare anche tra adulti. Imparare ad ascoltare richiede tempo e fiducia, due elementi che nella società odierna sono difficile da trovare . Ascoltare a mio parere richiede empatia, e l’ idea dell’ ascolto in silenzio mi piace .. specialmente per una persona silenziosa come me, anche perché spesso trovare le parole giuste per consolare non è facile .. in certi casi uno sguardo una carezza un abbraccio fanno miracoli … gli abbracci poi ne fanno tantissimi

  5. Essendo una mamma con ragazzi in pre-adolescenza e adolescenza, questo articolo mi è stato utile per avere un nuovo modo per poterli aiutare in alcune occasioni in cui davvero sono molto fragili: a volte è così difficile sapere cosa fare per poterli aiutare. Li ho sempre ascoltati ma l’idea di esserci anche solo come presenza e conforto emotivo mi piace e lo adotterò come metodo…

  6. Molto bello! Fa riflettere su un tema a mio avviso trasversale… L’ascolto è importantissimo per i figli, per i genitori, per gli amici; e come si evince da questo articolo non si tratta di un ascolto passivo, ma attivo! C’è una grande differenza tra chi ascolta mentre pensa a cosa dire o cosa fare e chi semplicemente ascolta e lascia che i sentimenti, i gesti e le parole dell’altro prendano spazio. Questo è quello che serve a chi cerca ascolto, solo un po’ di spazio, ma uno spazio condiviso negli occhi di chi ascolta.

  7. Le vostre parole mi dimostrano le persone speciali che siete. Grazie di cuore per questa meravigliosa condivisione vera e sensibile fatta con cura . Spero che tutti ne traggano piacere e alcuni spunti su cui riflettere. In attesa di altri commenti un abbraccio Cosimo

  8. I ragazzi , come gli adulti, hanno temperamenti diversi e non c’è una formula che possa aiutare tutti indistintamente . Certamente per tutti credo sia utile lasciar fluire nei primi momenti , ma poi ci sarà chi avrà bisogno di parlare con parole di concretezza e chi cerca parole come balsami .
    Può essere utile studiare la pedagogia secondo i 4 temperamenti umani .

  9. Ciao a tutti, questo articolo mi ha toccato particolarmente per il tema trattato, con molta semplicità e altrettanta efficacia. La costruzione del “porto sicuro” , fatta in maniera discreta da parte dei genitori, è la risposta più appropriata per aiutare i propri figli a trovare in se stessi non solo fiducia, ma anche “senso” e pienezza. Personalmente, confrontando l’esperienza di genitore col pensiero espresso nello scritto, ho trovato in questo articolo illuminante

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